«C’è un punto del mio quartiere – sestiere Cannaregio, parrocchia San Giobbe – che mi è particolarmente caro. È un punto che è un ponte, e un luogo di memoria:
il ponte Valeria Solesin. Ricorda una giovane veneziana, intelligente e aperta, che studiava per rendere il mondo più giusto verso le donne. Valeria è stata uccisa nell’attacco terroristico del novembre 2015 al Teatro Bataclan di Parigi.
Il ponte si raggiunge dal fondo del primo binario della Stazione Santa Lucia ed è – come in un romanzo fantasy – un valico tra due realtà, tra la città consumata dei turisti e dei passanti e quella lenta degli abitanti e dei cittadini. Per oltre cento anni fu il “ponte delle vacche”, destinate alla morte nel macello di San Giobbe, aperto nel 1843. Dopo il trasferimento in terraferma, nei primi anni ’70, quel passaggio è stato spezzato, mentre gli edifici del macello andavano in rovina. Si pensò di restituirli alla vita e alla cura spostandoci l’Ospedale civile, ma il progetto dell’architetto Le Corbusier fu archiviato. Passò ancora molto tempo prima che quel magnifico reperto di archeologia industriale diventasse la sede della facoltà di Economia di Ca’ Foscari e il ponte fosse riaperto. Ogni giorno lo attraversano centinaia di studenti.
Per me il ponte Solesin è un luogo di ristoro, raccoglimento e meditazione: sulla vita e la morte, e sulla storia. Lì un solo sguardo può afferrare la freccia del Ponte della Libertà, l’azzurro delle gru di Fincantieri, lo skyline del Petrolchimico ormai spento, insomma la Venezia moderna, quella industriale e ora postindustriale, tutte in una volta sola.
Dopo averlo attraversato, fermatevi a bere un caffè al bar dell’università, dedicando un pensiero a Valeria, alla sua paura in quella notte atroce, all’insopportabilità della sua assenza, ma anche alle sue speranze e al suo amore per la vita. E se avete le cuffie,
in questo podcast ascoltate Valeria raccontata dai suoi familiari».