«Negli scorsi mesi in Israele ha preso forma
un movimento di protesta denominato “Black Flag”, la bandiera nera simbolo di contestazione, anarchia e lutto (si ricordino le “Donne in nero”, nate proprio tra Israele e Palestina) contro la guerra a
Gaza, le azioni commesse dal governo Netanyahu, le atrocità a danno dei palestinesi: vi consiglio di consultare questo sito
www.eyesongaza.net/en, dove si trovano notizie sulle loro attività. In seguito, a queste proteste si sono uniti i presidenti di alcune delle principali università israeliane.
In questo periodo ho firmato l’appello degli ebrei italiani contro la pulizia etnica in Palestina (febbraio 2025); ho promosso un appello di intellettuali ebrei per il riconoscimento dello Stato palestinese e il bando alle armi italiane fornite a Israele (agosto 2025). Nonostante l’orientamento di molti miei colleghi universitari resto invece da sempre contrario al boicottaggio universitario, oltre il caso specifico di Israele.
Molti dipartimenti di università italiane hanno infatti votato nelle scorse settimane per il boicottaggio delle università israeliane: personalmente ritengo questa scelta, simbolica e pratica, un fallimento intellettuale, culturale e politico dell’università. L’università deve essere innanzitutto luogo di formazione, ricerca, approfondimento e dialogo, oltre che naturalmente di critica. L’origine latina del termine stesso indica l’onnicomprensività e l’inclusione. Non ha senso che, nel momento in cui si vuole contrastare un conflitto, per quanto atroce, come quello in corso, se ne replichino anche da fuori la logica di separazione ed esclusione.Le università sono in genere – non solo in Israele – luogo di formazione e diffusione del pensiero critico, dei maggioritari contrasto e opposizione alle politiche governative e alla guerra.
Il bando ai rapporti con i colleghi israeliani avrà solo come conseguenza il forte indebolimento delle voci più critiche nei confronti del governo di Israele e delle sue politiche autoritarie e violente, deprimerà la formazione di progetti intellettuali e politici alternativi all’attuale situazione, colpirà tra l’altro docenti e ricercatori palestinesi che lavorano in quelle università (un solo esempio: la rettrice dell’università di Haifa è attualmente una scienziata araba-israeliana).
Se possiamo considerare di isolare singole realtà come l’università di Ariel nella West Bank, se dobbiamo rifiutare i rapporti con progetti di ricerca che hanno implicazioni militari, se possiamo valutare sanzioni economiche promosse da Stati e alleanze di Stati, rifiutare o addirittura contrastare i rapporti tra le università, cioè in questo caso boicottare le università israeliane, significa oggi chiudere la possibilità a qualsiasi ipotesi di dialogo, pensiero critico, spiraglio verso un futuro diverso».