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#13. TRE BUONI CONSIGLI: DUE LUOGHI DA SCOPRIRE E UNA MOSTRA ONLINE

#13. TRE BUONI CONSIGLI: DUE LUOGHI DA SCOPRIRE E UNA MOSTRA ONLINE

Giornalista e saggista, ha scritto – tra gli altri – I luoghi di Mario Rigoni Stern (Mazzanti, 2016) e I luoghi degli scrittori veneti (Mazzanti, 2018)
Ma tutto intorno – ed è questo il motivo per cui se ne occuperà la mostra veneziana – pullulano i segni di una frequentazione umana che risale almeno all’età del ferro, e che ha fatto dell’area un complesso religioso pagano dedicato alla divinità Trumusiati e poi ad Apollo, frequentato sia dai Paleoveneti che dai Romani (tra il VI sec. a.C. e il IV d.C.), legato al culto delle acque terapeutiche mai del tutto abbandonato: fra le loro proprietà curative più accreditate – oltre allo stimolo dell’attività intestinale e della diuresi, grazie alla presenza di magnesio, e al rimedio per riniti e sinusiti, reumatismi e problemi osteo-articolari – c’era anche la virtù di cicatrizzare le ferite: nell’area sono state trovate infatti diverse statuette votive di guerrieri con la lancia, probabili richieste di intercessione o pegni di ringraziamento per l’avvenuta guarigione.
Nel bosco circostante numerosi pannelli didattici raccontano storie e leggende legate al luogo e illustrano la gran mole di ritrovamenti archeologici, conservati nel Museo Archeologico di Pieve di Cadore: oltre alle statuette antropomorfe, diffuse lungo tutto l’asse del Piave, numerose dediche pubbliche in venetico e latino (le più numerose nella regione dopo Este) testimoniano il ruolo centrale nella vita politica locale assunto dal complesso di Lagole, posto oltretutto lungo un’importante via di transito per l’attraversamento delle Alpi e quindi interessato anche da funzioni commerciali; ma i reperti più rappresentativi sono i mestoli utilizzati per libagioni o per il consumo dell’acqua, spezzati dopo l’uso, quindi le lamine in bronzo “a pelle di bue”, presenti lungo il percorso che collegava la laguna veneta all’Austria, fibule, oggetti d’ornamento, vasellame metallico, armi di tipologia celtica e monete romane.
Nella leggenda invece gli antri e i boschi a monte del laghetto erano il regno delle Anguane, creature mitologiche legate alle acque, dai piedi di capra ma dai visi bellissimi, almeno fino a quando l’avvento del cristianesimo non ne mutò le caratteristiche rendendole simili alle streghe. Si narra che esse, gelose della bellezza delle donne cadorine conservata negli anni proprio grazie alle proprietà di quelle acque, un giorno che i mariti erano occupati sulle montagne uccisero tutte coloro che erano scese al lago, compresa Bianca, la figlia del re del Cadore. Il Dio di Lagole, in collera, uccise tutte le Anguane con il veleno e trasformò il sangue delle fanciulle in piccoli fiori rosa; il corpo di Bianca, pietrificato, diventò invece la cima Croda Bianca che domina il paesaggio del Centro Cadore».

Registrar indipendente, collabora con istituzioni museali e culturali
La flglia è Serena Becagli, una curatrice di arte contemporanea che dal 2024 ha deciso di usare il mezzo fotografico per condividere sui social i gesti che sua madre traduce in composizioni di oggetti domestici e che prendono corpo in una serie di vere installazioni. “La condivisione sui social di questi scatti con il nome di Mamma Mia Museum (nome e scritta realizzati dall’artista Stefano Calligaro), evidenzia la necessità di condividere con l’esterno queste fragilità che, attraverso il potere trasformativo dell’arte, acquistano visibilità e una forma poetica”.
La potenza di queste immagini emerge per la capacità di riuscire a conferire una dignità e una possibilità di comunicazione a chi è solitamente relegato nello spazio dell’oblio e della malattia, oltre a permettere all’osservatore di accedere a uno spazio di rara affettività. Il progetto si è poi trasformato in una mostra itinerante che ha avuto la sua inaugurazione a Palazzo Vecchio di Firenze nel settembre 2024».

È vice-presidente della Cooperativa sociale La Città del Sole e appassionato di storia del territorio
Campalto è l’unico paese della gronda lagunare fronte a Venezia. E questa sua posizione nel corso dei secoli ha scritto la sua storia. Una storia poco raccontata perché la Serenissima ha monopolizzato l’interesse degli storici, ma fondamentale perché da quel margine giungevano le insidie dei popoli che la volevano conquistare.
A guardarla dall’argine lagunare ci si può immedesimare negli uomini che nel corso dei secoli si sono fermati sullo stesso argine e sono stati affascinati nello scorgere una città elevarsi dalle acque, quando tutte sono costruite sulla terra ben solida? Nell’immaginario collettivo quella visione non poteva che essere il frutto di una magia o un miraggio. Inoltre, la maestosità dei suoi palazzi era ben visibile da terra, in quanto città priva di mura, unica al mondo.
Ed ecco che Longobardi, Franchi, Ungari, Ezzelini, Scaligeri, eserciti della Lega di Cambrai, si fermano a Campalto, tutti cercando di conquistarla, ma quell’acqua che la circonda glielo impedisce, sostituendosi alle mura. È una storia minore quella della terraferma, ma altrettanto importante nelle dinamiche di sopravvivenza di Venezia».
Anonimo sec. XVIII, Bacino di San Marco. Crediti: Venezia, Fondazione Giorgio Cini, Fototeca dell'Istituto di Storia dell'Arte, Fondo Pallucchini”
PODCAST #13. SANT’ANDREA. «ERA UN LUOGO DI DIFESA, ORA E’ UN LUOGO...