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#16. TRE BUONI CONSIGLI: IL CENTENARIO LUZZATTI, UNA PASTICCERIA STORICA, UN FILM

#16. TRE BUONI CONSIGLI: IL CENTENARIO LUZZATTI, UNA PASTICCERIA STORICA, UN FILM

Storica delle città, è vicepresidente dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
L’iscrizione ricorda la posa da parte di Luigi Luzzatti (allora economista, giurista e deputato liberale italiano) della prima pietra di 11 edifici per complessivi 78 appartamenti in una zona di vecchie case demolite, perché in gran parte insalubri ed inabitabili.
LUIGI LUZZATTI
MAESTRO DELLA PREVIDENZA SOCIALE
QUI POSE NEL 1909 LA PRIMA PIETRA
E RITORNÒ A ESALTARE
NELLA SANITÀ DELLA CASA
LA SANITÀ DELLA FAMIGLIA
PRIMO SACRO NUCLEO
D’OGNI ORDINATO VIVERE CIVILE
I DISCEPOLI A RICORDO PERENNE
Questo richiamo è un’occasione per riflettere sulle iniziative promosse in città (come in parallelo in quasi tutti i centri italiani) dal grande statista, veneziano di nascita, Ministro del Tesoro nei periodi 1891-1892, 1896-1898, 1903-1905, 1906, e 1920 e poi anche Primo Ministro del Regno d’Italia (1910-11), e sulla entrata in vigore della prima Legge sulle Case Popolari (1903), approvata proprio grazie allo stesso dinamico personaggio.
Sul tema del credito e dell’educazione popolare, come su quello della cooperazione e della realizzazione di abitazioni a basso costo, nonché sulle modalità di finanziamento delle stesse, Luzzatti ha stabilito relazioni con i più noti ‘riformatori’ in tutti i paesi europei (Belgio, Francia, Gran Bretagna) e con i politici di tutte le città italiane; ha scritto moltissimo, ha divulgato le sue idee in merito al bisogno di case popolari, alla promozione di cooperative e di società edificatrici, all’istituzione delle sedi IACP in tutto il paese e contribuito alla realizzazione di moltissimi quartieri a basso costo.
Per questo, l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, che ne detiene il ricchissimo archivio, ha deciso di ricordare il centenario della morte (2027) di Luigi Luzzatti e sta lavorando alacremente all’organizzazione di un sito web, di un certo numero di incontri e convegni, della pubblicazione di alcuni libri nella Biblioteca Luzzattiana e di una Mostra a Palazzo Loredan (gennaio-marzo 2027): I miracoli di un’idea. Luigi Luzzatti e la politica della casa in Italia e in Europa.
Mentre in Italia il cosiddetto Piano Casa fa parte oggi delle agende di tutte le forze politiche locali e nazionali, una cooperativa sociale come La città del Sole non può non richiamare l’attenzione dei lettori della sua Newsletter sugli stretti legami che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, si erano stabiliti tra la volontà di risolvere il bisogno di abitazioni per lavoratori e il movimento cooperativo».
È una delle botteghe più antiche della città, aperta dal Settecento, e questa cosa si sente. Non come storia da raccontare, ma come continuità concreta. Nei gesti, nei silenzi, nella semplicità dei dolci. Tutto è rimasto essenziale, senza cercare di adattarsi a ciò che Venezia è diventata fuori.
Mi colpisce sempre il ritmo. Le persone entrano, ordinano, scambiano poche parole. Non c’è fretta, ma nemmeno compiacimento. È un equilibrio sottile, difficile da spiegare, che però racconta molto della città.
Venezia, per me, è anche questo: una misura. Non è una città che si concede subito. Va abitata con attenzione, accettando i suoi spazi stretti, i suoi tempi, il fatto che non tutto sia pensato per chi guarda da fuori. Rizzardini restituisce esattamente questa sensazione: non cerca di accoglierti, ma di includerti, per un attimo, in qualcosa che esiste già. Forse è per questo che continuo a tornarci. Perché in un luogo così piccolo ritrovo un’idea di Venezia che mi è familiare: concreta, quotidiana, fatta di dettagli più che di immagini. Una città che non si mette in scena, ma che vive.
Se devo dare un consiglio, allora, è questo: non cercare cosa vedere, ma dove fermarti. Anche solo per pochi minuti, appoggiato a un banco, con un dolce in mano. A volte basta così poco per sentire davvero la città».

È socio della Cooperativa sociale La Città del Sole
La volpe inizia a fargli domande. “Tu da dove vieni?”, “che cosa ci fai qui?”. Tende il braccio per indicarlo da lontano. “Canis lupus”. Si porta ora il dito al petto. “Vulpes Vulpes”. E si rivolge alla famiglia “non parla la nostra lingua e né il latino”. Prova allora in francese, e chiede al lupo se pensa l’inverno sarà duro. Continua a non ricevere alcuna risposta dall’animale. Allora la volpe alza la voce “io ho una fobia dei lupi”. La scena si stringe sulla sua faccia e vediamo delle lacrime bagnare gli occhi di Mr. Fox, il quale chiude il pugno destro e lo alza mostrandolo al lupo. Pur non rispondendo, il lupo alza il pugno e ricambia il saluto. “Una bellissima creatura” dice la volpe, prima che il lupo si ritiri in mezzo agli alberi che fanno da sfondo. La volpe riaccende il motore, e se ne va.
Questa è una delle scene più iconiche della filmografia di Wes Anderson, dal film Fantastic Mr. Fox (2009). Il protagonista è una volpe, un animale selvatico che conduce una vita da umano: ha una casa, un lavoro e, soprattutto, dei dubbi. Tuttavia, nella scena col lupo la sua antropizzazione si dissolve. Il lupo non gli risponde, non parla e non si lascia catalogare. Il lupo è pura natura. Il silenzio dell’animale spezza qualcosa in Mr. Fox. Le sue lacrime non sono né di paura né di tristezza, sono di riconoscimento. La volpe riconosce quell’elemento primordiale che le appartiene, tuttavia è consapevole di essersene allontanato per sempre. Il suo pugno alzato è un saluto rispettoso di ciò che lui non potrà mai più essere. Nel gesto che il lupo fa per ricambiarlo, si nasconde quell’equilibrio perfetto tra il selvatico ed il civilizzato, tra chi sarà sempre libero e chi ha scelto, o subito, la domesticità.
Questa scena ha un’importanza enorme: ci ricorda che la civiltà ha un costo. L’atto di appartenere, a una famiglia, a una società o ad un’identità, è al tempo stesso una rinuncia. In un’epoca in cui non ci fermiamo più a fare i conti con ciò che abbiamo pagato e perso per diventare ciò che siamo, il pugno alzato di Mr. Fox appare come il gesto di chi ha trovato il coraggio di fare davvero i conti con sé stesso».

PODCAST #16. E MI ME NE SO’ ‘NDAO: LA CITTÁ CANTA SÉ STESSA