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#19. TRE BUONI CONSIGLI: DUE LIBRI E UN ANGOLO DI VENEZIA

#19. TRE BUONI CONSIGLI: DUE LIBRI E UN ANGOLO DI VENEZIA

Politologa
Negli ultimi mesi la preoccupazione per la devianza giovanile è tornata al centro del dibattito pubblico italiano. Il discorso dei media ma anche quello delle istituzioni, pongono l’accento sulla pericolosità di alcune aggregazioni giovanili – soprattutto quando coinvolgono ragazzi con background migratorio e popolare – e sulla conflittualità urbana.
Maranza, teppa, babygang: etichette che criminalizzano la difformità, la non conformità alla normalità sociale. Anche quando si limitano ad un modo di atteggiarsi, di vestirsi, a una sottocultura (quella del rap, dell’hip hop, della drill, della trap) e non sfociano nell’illegalità. Etichette che producono effetti politici tangibili: iniziative legislative che impongono un approccio repressivo-securitario ai giovani. Un approccio che enfatizza lo strumento carcerario della reclusione, il populismo penale, anziché quello socio-educativo del recupero.
La sicurizzazione dei giovani interseca, in alcuni contesti, più ampie forme di razzismo e islamofobia. È un intreccio che tiene insieme la vita, anche violenta, della strada, inedite forme di attivismo e socializzazione attivate come risposta collettiva a problemi di ridefinizione identitaria, e il cosiddetto nuovo Islam giovanile. Lo stesso intreccio discorsivo, però, diventa funzionale alla creazione di mostri per legittimare e riprodurre il governo della paura a più latitudini.
È a questo scenario multiforme e tentacolare che volge lo sguardo Sarti. E’ per le sue riflessioni sulla rappresentazione delle “seconde generazioni” come nuovi diavoli popolari che lo consiglio io. Fa riflettere, che anche “seconde generazioni” sia un’etichetta, al pari di “maranza”: “seconde generazioni” come epitome di una condizione di subalternità ereditata da genitori definiti dall’esperienza migratoria.
Sarti parte dal disagio, ma anche dalla rabbia, che attraversano i giovani musulmani afro- e arabo-discendenti per il loro essere assoggettati ad un racconto pubblico costruito attraverso le lenti del panico morale e dei processi di radicalizzazione. Ne ricostruisce il tentativo di affrancarsi da queste rappresentazioni orientalizzanti, criminalizzanti e essenzialiste, di riscoprire e rielaborare la dimensione etnica e religiosa del proprio vissuto, di dare senso al proprio disagio esistenziale e generazionale, tenendo insieme, nelle parole di Sarti, «italianità, islam, cultura dei genitori e cultura giovanile».
In questa mobilitazione, in questo esigere la parola per darsi un nome e dare un nome alle proprie domande, alle proprie urgenze, alle proprie aspettative, sperimentano pratiche di resistenza alle definizioni imposte altrove. Contestano il vedersi appiattiti sull’etichetta di “musulmani” e dunque “pericolosi”, meritevoli di sospetto.
Queste pratiche di resistenza prendono sostanza nella musica (aspetto esplorato da Sarti e che io, per ammessa ignoranza, lascio da parte) ma anche nelle mobilitazioni su diversi temi che li toccano da vicino: Gaza, da un lato, la repressione e gli abusi delle forze dell’ordine (come la profilazione razziale), dall’altro. E’ grazie a questo libro, il cui titolo irriverente anticipa molto l’approccio e il lavoro di ricerca sul campo dell’autore, che si apprendono fenomeni e gruppi come il Fronte Maranza per la Liberazione della Palestina, Immigrital1.
Una delle domande che il libro pone è: “cosa succede se si dà voce agli esclusi?”. O, riformulando: qual è la nostra reazione di non-discriminati, non-marginali per nascita, quando chi è sottopagato, sfruttato, stigmatizzato, razzializzato, smette di mostrare gratitudine? Quando inizia a problematizzare un modello di integrazione che, in fondo, presuppone docilità e asservimento, la perpetuazione della subalternità come prezzo per l’accettazione, per essere considerato un “immigrato che va bene”?
È questo il ricatto che il libro mette a nudo, e a cui oppone una rivendicazione di soggettività e di attorialità giovanili. Le forme di autorganizzazione giovanile sono lette non come patologia ma come forme di socializzazione dei giovani proletari e sottoproletari urbani, una costante della società moderna che cambia forma e linguaggio nel tempo, non un’anomalia contemporanea: giovani che vivono la strada, accogliendone la violenza, e che si oppongono ai tentativi di integrazione egemone e disciplinante.
La lettura di Pisciare sulla metropoli ha evocato in me non pochi discorsi che sento risuonare nella nostra città: una città che, con le dovute eccezioni, stenta a dare riconoscimento alle minoranze musulmane; una città in cui la violenza di strada delle periferie viene spettacolarizzata, strumentalizzata per esaltare la distinzione tra civiltà e barbarie; una città in cui l’emarginato non può uscire dalla periferia a cui è relegato, rivendicare il centro bianco e borghese dello spazio urbano, godere della sua bellezza.
È una città, la nostra, in cui scorribande di minorenni si fanno fautrici di rapine e aggressioni. Ed è una città in cui i figli degli immigrati — qui soprattutto la grande comunità bangladese, la più numerosa della terraferma, ormai alla sua seconda e terza generazione – sono bersaglio e pomo della discordia nel panorama della politica locale.
C’è da aspettarselo – e forse c’è da sperarlo – che questi ragazzi vorranno prima o poi appropriarsi della definizione di sé stessi, non restando solo proiezione dell’immagine operaia della “prima generazione”. Senza un atteggiamento apologetico rispetto alla violenza di strada e alla conflittualità urbana, Sarti ci invita in qualche modo a rifiutare etichette, certo comode, ma ingiuste».

È giornalista freelance e socio della Cooperativa La Città del Sole; collabora alla cura editoriale della nostra newsletter Solaria

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