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#20. TRE BUONI CONSIGLI: UNA FESTA, UN LIBRO, UNA RICETTA

#20. TRE BUONI CONSIGLI: UNA FESTA, UN LIBRO, UNA RICETTA

Saggista, storico della cucina e del paesaggio agrario italiano. I suoi ultimi libri: L’uomo è ciò che beve (2023) e Spritzmania. L’aperitivo alla conquista del mondo (2025) entrambi per Cierre Edizioni
La Festa delle impiraresse ha riportato al centro una storia che sembrava destinata a scomparire. Una storia di perle di vetro, fili e pazienza. Di donne sedute sulle piccole seggiole, una accanto all’altra, nelle calli e nei campielli.
Per decenni, fino agli anni Settanta, furono loro a infilare le perle di conteria, scartando quelle senza buco, le cosiddette “orbe”. Lavoravano insieme, con i lunghi aghi tra le dita e le perle che scorrevano. Intorno c’era la vita del quartiere. Era lavoro e fatica, ma anche socialità.
A riaccendere quella memoria è stata Luisa Conventi, recuperando una tradizione che rischiava di restare soltanto nei ricordi degli anziani, trasformandola in esperienza, racconto e laboratorio. A Cannaregio, in Calle Priuli, ha creato La Corte de le Impiraresse, museo-laboratorio dove vedere, capire e provare un mestiere antico. Perché quelle perle non sono soltanto perle: sono una traccia di Venezia.
Ma il recupero di questa tradizione non guarda soltanto al passato. È anche un’iniziativa che punta al rilancio di un’attività artigianale in chiave moderna, riportando l’arte delle impiraresse dentro una contemporaneità fatta di ricerca, cura e qualità. L’obiettivo è dare nuovo valore a un sapere antico, trasformandolo in un’arte di pregio, capace di dialogare con il gusto e la sensibilità di oggi senza perdere il legame con la storia veneziana.
Venerdì pomeriggio quella traccia ha riunito un pezzo di città. Il chiostro era pieno di voci, incontri, volti conosciuti. Veneziani di tutte le età: donne che quel lavoro lo avevano conosciuto, persone che ne avevano sentito parlare dai nonni, figli e nipoti che ricordavano madri, zie e vicine di casa.
Su uno schermo scorrevano vecchie fotografie di impiraresse al lavoro all’aperto, immerse nella vita della città alla quale contribuivano a dare forma.
La performance nel chiostro francescano ha visto ballerine e ballerini del Teatro di Cittadinanza di Mattia Berto esibirsi in nero, indossando splendide collane realizzate da Luisa Conventi. Un omaggio alla città, fatto gratuitamente da artisti non professionisti che vivono e lavorano a Venezia.
È questo il significato più profondo della festa: non soltanto recuperare un antico mestiere, ma ritrovare una comunità attraverso la memoria e, nello stesso tempo, restituire futuro a quella stessa tradizione. Perché una tradizione è davvero viva quando non si limita a essere conservata, ma torna a essere praticata, reinterpretata e valorizzata. Lì, per qualche ora, Venezia non è stata una destinazione turistica, ma una città abitata dai suoi cittadini.
Le impiraresse appartengono al passato, ma anche al presente di una città che vuole ricordarsi da dove viene e, proprio per questo, provare a costruire ciò che sarà. Perché Venezia non è fatta soltanto di pietre, palazzi e canali. È fatta dalle persone, dai mestieri, dalle parole e dalle mani che l’hanno costruita. Nel chiostro di San Francesco della Vigna, quella Venezia c’era. La Venezia vissuta. Quella che si conosce e si riconosce. Una perla dopo l’altra, un filo dopo l’altro, una memoria dopo l’altra».

Ha fondato e anima Storiedichi, una bellissima casa editrice, libreria e laboratorio culturale per ragazzi, in via Ca’ Savorgnan 24 a Mestre
L’albo racconta la storia di Willie, un piccolo tordo dei boschi un po’ goffo e dalle zampe storte. Willie si sente diverso dai suoi fratelli: sa di avere un dono speciale, ma in famiglia non riesce a esprimersi e non sa bene quale sia la sua strada. Decide così di andarsene a vivere da solo nel bosco; quando incrocia le note del flauto della bibliotecaria Miss Polly, si lancia in gorgheggi e virtuosismi vocali che vanno ben oltre la melodia a sei note tipica dei tordi, di cui suo padre va tanto fiero. Da quell’incontro ha inizio un’avventura che lo porterà fino ai vertici dell’Associazione Ornitologica Nazionale di Washington, per scoprire che la fama non sempre coincide con la felicità.
Il dono speciale di Willie è un albo dal sapore vintage, intriso dei dettagli realistici tipici dell’arte di Rockwell, e nasconde tra le pagine piccole sorprese per i lettori più curiosi: alcuni ironici autoritratti dello stesso autore.
Se vi fa piacere sfogliarlo dal vivo, vi aspetto nella nostra sede di Storiedichi Edizioni a Mestre (in via Ca’ Savorgnan 24), un accogliente salotto cittadino dedicato ai libri illustrati».

È socio della Cooperativa, coordinatore di servizio e impiegato presso i servizi amministrativi
Gli abitanti, che qui si erano rifugiati per sottrarsi alle invasioni barbariche, sfruttarono la pesca: il branzino (spigola), la passera, l’anguilla, l’orata, il cefalo e naturalmente il ghiozzo. Quest’ultimo era molto abbondante, gustoso e da pescare con facilità e così è diventato popolare per brodi o semplicemente arrostito. Varie sono le colorazioni di questo pesce: verde con ventre giallo per quello più vicino all’habitat delle barene, grigio nelle zone sabbiose (maciarea), più scuro tendente al nero (paganeo) in quelle fangose.
Il ghiozzo è presente nelle nostre acque praticamente tutto l’anno, ma nel periodo invernale si annida in cunicoli nelle barene per deporre le uova e custodirle. Il sistema di pesca, rimasto quasi identico fino ai giorni nostri, è “a braccio”, inserendo cioè mani e braccia nelle tane (busi da go) per catturali, oppure con piccole fiocine in acque basse.
Tutt’ora, si usano canne da pesca o piccole reti a maglia stretta, vicino alle barene. Ma il cambiamento della morfologia della laguna, l’inquinamento, l’aumento della temperatura dell’acqua e le tradizioni che vengono a mancare, rendono questa pesca poco usata. E il go è una prelibatezza apprezzata soprattutto dai veneziani e non solo, nel famoso risotto o fritto.
Ed ecco la ricetta del Risotto de go per quattro persone.
Ingredienti: 320 g di riso, 500 g di ghiozzi, verdure per brodo (sedano, cipolla (o scalogo), carota e prezzemolo). Altro: vino bianco secco, olio evo, sale, pepe, burro e brandy (a scelta).
Lavare bene per togliere la caratteristica “bava” che rende viscido questo pesce e sviscerarlo, preparare il brodo con i go e le verdure. Dopo la cottura, passarlo con il passaverdura e filtrarlo.
Imbiondire scalogno o cipolla tritata con poco olio, mettere il riso, tostarlo per qualche minuto a fuoco medio. Sfumare con vino bianco secco e portare a cottura il riso aggiungendo poco alla volta il brodo (come per un normale risotto). Mantecare a piacere con poco burro. Per un tocco in più, sfumare alla fine con un goccio di brandy.
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