
Storie
DONNE VENETE DAL PASSATO REMOTO

DONNE VENETE DAL PASSATO REMOTO
Chi erano le donne nel Veneto durante il primo millennio a.C.? Che cosa ci hanno lasciato delle loro vite? Angela Ruta Serafini, già direttrice del Museo Nazionale Atestino di Este, rammenda i frammenti usciti da un passato remoto per tracciare storie, biografie, culture. Sono così è il titolo di un piccolo volume uscito di recente dal bel lavoro editoriale della padovana Lemma 23.
Una scrittura brillante unisce il rigore scientifico e i riferimenti pop alla letteratura e al cinema, aiutandoci a slittare dall’archeologia all’antropologia. Il libro è disponibile anche nel nostro Centro di documentazione
Qui potete leggere un estratto. Il libro è disponibile presso il nostro Centro di documentazione.
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di Angela Ruta Serafini
L’immagine femminile più emblematica della civiltà dei Veneti antichi, una vera e propria icona, è il bronzetto noto con l’appellativo di “dea di Caldevigo”. Nonostante l’epiteto, scaturito da un certo fascino ieratico, non si tratterebbe di una divinità ma più verosimilmente di una devota di alto rango, se non una sacerdotessa, con le braccia aperte nel gesto di preghiera. La statuetta, alta una decina di centimetri, denota un’insolita cura dei particolari rispetto alle altre: gli stivali con ampio risvolto, la gonna svasata dall’orlo ricamato, il cinturone a losanga, la collana a più giri con tanti pendenti triangolari, i molti braccialetti.
L’elaborata acconciatura composta dalla voluminosa chioma, raccolta in una reticella che sfiora le spalle e da uno chignon conico che si erge alla sommità del capo. Il carisma del personaggio è accentuato dal diadema originariamente sormontato da un disco lucente che illuminava la fronte.
Dischi simili sono prerogativa di alcune immagini femminili provenienti dal medesimo luogo di culto, accomunate dallo chignon e dal cinturone a losanga.
Un’altra famosa lamina di Este ritrae una maestosa signora ammantata che ostenta gli stessi attributi. L’interpretazione di questi dischi resta per ora un enigma, nonostante le svariate ipotesi avanzate da chi intravede simboli celesti a chi scudi in miniatura dedicati alla divinità dalle consorti di guerrieri.
Se il disco corrisponde ad un contrassegno raro, ben più frequente è il cinturone a losanga, indubbiamente un accessorio indossato solo nelle grandi occasioni dalle future spose e da alcune matrone altolocate. Sette donne lo esibiscono su una lamina di Padova: tutte abbigliate con lo stesso costume e precedute da nove uomini ammantati, hanno fatto pensare all’appartenenza a due ordini sacerdotali o magistratuali a cui accedevano rispettivamente i due generi.
Il cinturone di lamina di bronzo, sagomato a losanga e finemente cesellato con motivi animalistici, file di leprotti, cerbiatti, anatroccoli, ritorna nei corredi di diverse signore di Este e del territorio, spesso combusto, quindi indossato sulla pira, e ridotto poi in minuti frammenti. Qualche esemplare raggiunge l’altezza di 50 cm., una specie di busto che comprimendo la vita, lascia sbocciare il seno, esaltandone la grazia. Con questo modello particolare, di indubbio significato identitario e verosimilmente deposto nella tomba anche come retaggio familiare, coesistono tipi più semplici di cinture a nastro, rappresentate sia sulle lamine votive che sulle situle.
Nei racconti dei vasi figurati che punteggiano la valle del Piave, con epicentro a Montebelluna, le donne si dividono essenzialmente in due categorie: le ‘ancelle’ connotate dallo scialle corto e aderente, le altre da un modello più lungo che scende sull’ampia gonna a pieghe sciolte. Tutte indossano la cintura a nastro accuratamente decorata a sottolinearne il rilievo. Questo accessorio, del resto, si collega a credenze magiche tradizionalmente connesse alla sessualità e alla fecondità femminile esprimendo un messaggio simbolico particolarmente forte.

#15. TRE BUONI CONSIGLI: UN MONUMENTO, UN APPUNTAMENTO, UN FILM