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IL BRENTA, UNA CINTA DI MURA D'ACQUA CONTRO LA PESTE

IL BRENTA, UNA CINTA DI MURA D'ACQUA CONTRO LA PESTE
È il 1630 ed è in corso la guerra di secessione del Ducato di Mantova e del Monferrato. Venezia è alleata della Francia contro la Spagna e l’Impero. Quando viene sconfitta a Villabona, si trova in balìa di una delle più terribili epidemie di peste. Il fiume Brenta diventa un confine sanitario, una cinta di mura formata dalle acque. Lo racconta lo storico Massimo Galtarossa, in un suo saggio contenuto nell’ultimo numero di Studi Veneziani (Serra Editore).
Qui potete leggere un estratto. Il libro è disponibile presso il nostro Centro di documentazione.
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di Massimo Galtarossa
Fra giugno e ottobre del 1630 l’Ufficio di Sanità di Padova elesse delle coppie di nobili padovani che dovevano percorrere a cavallo i confini del comune per verificare che fossero presi i provvedimenti più opportuni per difenderli dal contagio. Del resto, la letteratura critica era sufficientemente chiara: per governare un territorio era necessario percorrerlo in lungo e in largo a cavallo.
I soldati venuti dal campo, con o senza passaporto collettivo o fede di sanità, rientravano fra le categorie di persone potenzialmente pericolose nella loro mobilità errante in tempo di peste. Il territorio padovano venne quindi trasformato da queste visite nelle propaggini fortificate di una cittadella posta sotto assedio dall’epidemia di peste.
A Sud, nel giugno 1630, il fiume Adige sembrava una barriera impenetrabile. A Verona presso il ponte delle Navi erano state affondate due barche con i corpi degli appestati. L’acqua del fiume, nel padovano, era talmente contaminata dalle decine di corpi e dal fetore dei cadaveri che gli stessi cavalli si rifiutavano di bere le acque. I nobili eletti ai confini proibirono, quindi, ad Anguillara, Badia Polesine e a Castagnaro l’approvvigionamento dell’acqua dal fiume e la relativa attività di pesca. A Est nel piovese, invece, il controllo sulle persone e le merci venne effettuato attraverso la palada (stazione di controllo posta sul fiume Brenta con sbarramento di pali) di Conche di Codevigo in cui arrivavano dei passeggieri persino da Mantova e da Verona dopo il primo accesso al porto di Brondolo, presso Chioggia. Probabilmente il trasporto delle persone avveniva da Governolo attraverso la via d’acqua del canale Canalbianco.
Ad Ovest il confine sanitario passava per il fiume Brenta superiore, caratterizzato da un regime torrentizio con i depositi alluvionali ghiaiosi, e l’importante porto fluviale di Curtarolo. Presidiarlo in lungo sulla sponda padovana presupponeva la costruzione di una serie di casoni da sentinella collocati fra Cittadella e Lozzo Atesino, in prossimità del fiume Bisatto, sorvegliati da guardie tratte dalle milizie rurali. Queste costruzioni secondo le ‘scritture’ dovevano proteggere i soldati anche dalle piogge. Non si trattava di discorsi retorici perché il custode del casello di Arlesega per essere adeguatamente protetto dalle forti precipitazioni ebbe un casone ricoperto di veri coppi.
Per comprendere più propriamente questa sensibilità di antico regime nei confronti della pioggia si può aprire una parentesi e riferirsi al linguaggio della lettera del nobile nunzio padovano a Venezia, scritta nell’ottobre 1631 ai Deputati ad Utilia della città. Esperienza della pioggia era una sorta di calamità che oltraggiava il corpo del nobile e ritardava l’adempimento della sua missione di recarsi a Venezia. A Sud – Ovest del comune di Padova il rischio sanitario era concreto per la presenza di un forte agglomerato di soldati allo sbando individuati presso la località Bevilacqua, allora provenienti da Verona e dalla fortezza di Peschiera. Anche qui l’Ufficio di Sanità di Padova trasforma i confini costruendo ‘muri d’acqua’. L’antica e famosa fossa Bandizza, posta fra Lozzo Atesino e Agugliaro, località contesa fra i due comuni, cioè quello padovano e vicentino, venne allaga nella parte vecchia situata nel comune di Zovon proprio per impedire l’accesso dal vicentino.
La stessa navigazione fluviale lungo i fiumi venne limitata. I battelli più piccoli nel Bisatto potevano essere condotti a riva, e posti sotto lucchetto, mentre quelli più grandi furono spediti ad Este. In alcuni tratti occorreva completamente ridisegnare i ponti sulle acque e le passerelle, soprattutto nel tratto sul Bisatto a Valbona e sulla fossa Nina, per verificare minutamente la circolazione, tenendo comunque conto l’annoso problema dei privilegi e delle giurisdizioni di singole famiglie veneziane e padovane allora proprietarie dei terreni circostanti.

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