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IL MEDITERRANEO NON È SOLTANTO UN MARE

IL MEDITERRANEO NON È SOLTANTO UN MARE
In questa lunga e afosa estate, il Mediterraneo ha riempito le sale dei cinema con l’Odissea di Christopher Nolan, il poema nato dalle viscere della Storia. Se lo avete visto o se ci andrete, vi consigliamo un piccolo volume che raccoglie le voci di undici scrittori, Mediterraneo. Miti, orizzonti e visioni, Giulio Perrone Editore (2026, pagg.124). È il n.100 della bella collana “Passaggi di dogana” e lo potete trovare nel nostro Centro di documentazione.
Il Mediterraneo di questo libro è una miscela di profumi, ferite aperte, lingue, naufragi, rumori, minacce e ricordi: qui potete leggere una pagina del racconto di Paolo Di Paolo, Il porto dell’oblio.
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di Paolo Di Paolo
A cena, quando leggo sui menù piantati all’ingresso la parola dobrodošli, all’improvviso mi ricordo. Così mi porto dietro la pulce nell’orecchio, questa parola fino a Spalato, Split. Il Breviario offre un’immagine del vecchio porto e del palazzo di Diocleziano in una stampa del Diciottesimo secolo. Sono alle pagine, bellissime, in cui Pedrag Matvejević parla di nomi i nomi del mare. Gli slavi del sud continuano a chiamarlo more, nome neutro. Incontrando i greci hanno sentito chiamarlo thalassa: «E in questo modo cominciarono a chiamare le onde, il mare quando è agitato». Come lo è oggi pomeriggio, scuote il traghetto che ci porta sull’isola di Hvar.
Anche le isole cambiano nome, dice il mio breviario. L’autore si definisce “insulomane”, è una malattia che la scienza medica non ha classificato, colpisce chi anela all’esistenza insulare, chi non resiste a questi piccoli mondi circondati dall’acqua. A Stari Grad, Hvar, accanto a giapponesi giovani che mangiano pesce fuori orario, ordino una rožata, una sorta di budino chiaro.
Sfoglio ancora il Breviario, mi accorgo che l’autore è nato a Mostar, non ci avevo fatto caso. Madre croata, padre russo, anagrafe bosniaca. Scrive di mare anche se è nato lontano dal mare. Dopo la sua morte, nel febbraio scorso, il Ponte di Mostar l’hanno illuminato con una luce blu, un blu mediterraneo, mentre un trombettista suonava le note malinconiche di Delo Jusié.
La deviazione, a questo punto, è decisa. Affittiamo una macchina, una mattina dopo aver dormito poco e male. Un lunghissimo tratto di autostrada deserta. Due o tre controlli alla dogana. Un paesaggio collinare, di campagna – passano i pullman di pellegrini diretti a Medugorje.
La vacanza cambia volto in due ore, i turisti balneari parcheggiano all’asciutto sotto lo scheletro di un palazzo. Camminiamo per Mostar senza una direzione. Poi cerchiamo il ponte, e sbagliamo strada. E Mostar è questa strana città di ruspe e cantieri che sembrano fermi. E la terrazza dell’Hotel Bristol con i tavolini tondi pronti per prendere un caffè affacciati sul niente, su quello che resta di un palazzo sventrato, una carcassa di mattoni. Una donna tossisce di fastidio quando fotografiamo macerie.
Un’altra, invece, si sposta, sorride, lascia fare – come fosse un parco a tema, una Disneyland della storia di fine Novecento. “Don’t forget ’93” dice un murale – ma, pure volendo, come si fa a dimenticarlo? Un piccolo cimitero accanto a una moschea è fitto di lapidi che hanno per data di morte tutte la stessa. 1993. I fratellini Alena e Smajo avrebbero la mia età. Sono morti quando ne avevano appena dieci.

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