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LA FELICITA' DEL CAMPER

LA FELICITA' DEL CAMPER
Massimo Acanfora ha appena pubblicato per le edizioni Altreconomia La felicità del camper, una “guida filosofica e pratica per viaggi liberi, slow ed ecologici”. In realtà è più che una guida, assomiglia a un diario personale, un manuale d’uso, un reportage e una mappa insieme.
A noi, che un Camper Park lo gestiamo, a San Giuliano dove la terraferma diventa laguna, ci è sembrata una bella iniziativa editoriale. In questi anni abbiamo imparato a conoscere chi arriva, si ferma e riparte; nomadi lenti, curiosi e inquieti, si muovono su quella casa a quattro ruote che – come dice Acanfora – può essere davvero “una scuola di sobrietà”. è disponibile nel nostro Centro di documentazione.
Qui un estratto della introduzione del libro.
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Non sono un camperista fatto e finito. Non sono un influencer, non sono uno di quelli che si fanno una foto mentre saltano, anche perché mi romperei l’ultimo legamento crociato sano, e dei social non mi occupo proprio. Sono un imbranato, non capisco un tubo di idraulica e sarei stato bocciato anche alla Scuola Radio Elettra; mi intendo di motori quanto la casalinga di Voghera, il mio pollice è opponibile ma nel Neolitico in pochi minuti sarei stato vittima di un qualsiasi accidente. Però sono una persona a cui piacciono i viaggi liberi, ispirati, responsabili. E arrivato alla maturità (forse) ho deciso che il camper era uno dei miei posti nel mondo. Mi piacciono gli spazi definiti, l’essenzialità, l’intimità della natura.
Il primo camper non si scorda mai. Per me è stato un Fiat Ducato Martello. Basico ma elegante, spazioso, comodo, fresco. Antico, lento ma bellissimo. Ogni volta che lo accendevo – però – un pinguino in Antartide moriva a causa del climate change. Euro zero, diesel, giustamente colpito da divieti di circolazione a Milano, Lombardia, e non solo. Ha comunque cantato per qualche estate, passato le frontiere di Francia e Spagna. L’ho lasciato con enorme rammarico perché eravamo in sintonia, era come me “vintage”, come me rattoppato nelle giunture, come me amante non proprio della lentezza, diciamo della contemplazione materialista.
Il secondo camper… non lo era. Era un Citroën Berlingo nero, soprannominato Berlinguer (i nomi sono importanti), camperizzato senza nemmeno togliere i sedili. Un gioco da falegname, dote che fino ad allora neppure mi riconoscevo, con cui ho creato due sgabelli e un tavolo di raccordo che dividevano il bagagliaio lasciando spazio per tre scatole Ikea come armadi: e poi un pianale con cerniere da appoggiare agli sgabelli e ai sedili reclinati. Un letto vero e proprio, con materasso in gommapiuma, molto più comodo di quanto possa sembrare descrivendolo. Un sistema predisposto al centimetro. Finestrini con zanzariere artigianali e un semplice fornello orizzontale per cucinare (all’aperto beninteso!).
Il terzo camper è un grande classico. Un T4 Volkswagen color verde smeraldo con il quale si può percepire in ogni rumore meccanico oltre all’allarme per un guasto) ‘essenzialità e la semplicità dell’andare. Si chiama Van Basten, perché sono un milanista nostalgico e amante del bel gioco. Van Basten funziona a Gpl (e benzina solo in emergenza), cosa che lo colloca tra i veicoli che non subiscono restrizioni e – nonostante faccia parte del mondo fossile – inquinano un po’ meno. Il risparmio è assicurato e anche l’invidia di molti camperisti meno agili. Il tetto a soffietto lo rende abitabile come una tiny house, raffrescato salvo soste sciagurate in isole di calore, e rappresenta una potenziale stanza degli ospiti.
Diciamo però che – dopo anni di camper – sono ancora un camperista principiante e forse tale voglio restare, per non perdere la grazia della prima volta, per non diventare un brontolone in sedia a sdraio, uno con i nani da giardino intorno al proprio mezzo (non per fare body shaming!), per non confondere il percorso e la meta, la libertà e l’arbitrio, il viaggio e il turismo, l’otium e la noia. Proprio per questo cerco anche di mantenere un basso indice di tecnologia, di conservare un minimo di semplicità e magari, come vedremo, di mettere tra i bagagli dei minuscoli lussi (ognuno poi avrà i suoi) e di goderseli al meglio. Amo la sosta libera con una ragionevole sicurezza e sono un pedissequo seguace del Codice della strada.

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