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L'ADDIO A CATERINA CORNARO, UNA NOTTE DI LUGLIO CON «VENTO, PIOZA E TEMPESTA GROSSA GROSSA»»

L'ADDIO A CATERINA CORNARO, UNA NOTTE DI LUGLIO CON «VENTO, PIOZA E TEMPESTA GROSSA GROSSA»»
di Monica Molteni
Il 10 luglio del 1510 moriva a Venezia Caterina Cornaro. L’evento è registrato con puntualità da Marin Sanudo nei suoi Diari, che così rievoca il trasporto notturno del corpo della regina dal palazzo avito alla chiesa di San Cassiano:«in questa note a hore zercha 4 fo un tempo teribelissimo di vento, pioza e tempesta grossa grossa come uno ovo et fuogi in acre, cossa molto spaventevole et durò pocho, e pocho avanti la raina di Cypri vestita di l’habito di San Francesco in una cassa con do preti, la Croze et do dopieri, fo portada a sepelir in uno deposito a Santo Apostolo, et poi doman si farà le exequie comme è stà ordinato».
La povertà della veste che copriva le spoglie mortali di Caterina, l’esiguità del seguito e la segretezza stessa dell’evento, suggestivamente accentuata dallo scenario tempestoso che aveva introdotto il piccolo corteo, ovviamente confliggono con le aspettative di pompa connesse a delle esequie reali. E in effetti la modesta cerimonia, che si era svolta in notturna anche per prevenire l’eventualità di sgradevoli conseguenze indotte dalle torride temperature di quell’estate lagunare, non era che un preliminare ai fastosi funerali con i quali la Repubblica, che ben conosceva i suoi doveri formali, la mattina del 12 provvederà a commemorare la “serenissima regina de Cypri”, accompagnandone il feretro nella cappella familiare ai Santi Apostoli.
Ancora una volta siamo debitori a Martin Sanudo per la cronaca della cerimonia, che aveva preso le mosse da Palazzo Ducale, dove, nella Sala del Gran Consiglio, si erano riunite alcune delle più alte cariche civili e religiose della Repubblica, vari gentiluomini e, ovviamente, una rappresentanza della famiglia Corner, primo fra tutti Giorgio, procuratore della Serenissima e fratello della defunta, con i figli ed altri parenti. Il corteo si era dapprima recato a San Cassiano, dove il patriarca aveva officiato una messa solenne accompagnata da molti canti e dalla dispensa di numerose assoluzioni, e quindi, prelevata la bara coperta «di restagno d’oro con una corona di quelle di le zoje di San Marcho di sopra in segno è raina», si era avviato per le calli veneziane. La processione aveva attraversato la città passando sopra un ponte di barche appositamente costruito sul Canal grande all’altezza di Santa Sofia scorrendo fra due ali di folla, con al seguito tutta «la chieresia di Venexis, frati e scuole, e il patriarca […] con gran luminario e torzi portati a man». Una volta raggiunti i Santi Apostoli la cassa era poi stata posta su un catafalco in mezzo alla navata, e lì, alla presenza della Signoria, Andrea Navagero aveva recitato l’orazione funebre.
Le onoranze di Caterina, che in vita aveva dato più di un segnale di attaccamento alle prerogative della regalità, si erano dunque svolte secondo tutti i crismi di un funerale di Stato, sebbene la pompa della cerimonia fosse infine risultata diminuita dalla diserzione di vari notabili, primo fra tutti lo stesso doge Loredan, indisposto e dunque sostituito dal suo vice, Alvise Priuli, in abito scarlatto.
Il debito contratto dalla Repubblica con la nobildonna all’atto della cessione da parte della Corner del regno di Cipro era d’altronde stato conguagliato da tempo e assai congruamente, e l’evento, dopo un buon ventennio, aveva inevitabilmente finito per svuotarsi di quell’attualità che viceversa avrebbe potuto sollecitare un più corale cordoglio.
Con ciò, non era tuttavia andato perduto il senso della flagranza politica di tale episodio, cui verrà anzi attribuito un valore cardinale entro l’elaborato processo collettivo di costruzione del mito di Venezia, sicché buona parte dell’iconografia rinascimentale della Comaro andrà modellandosi proprio sulla memoria della donazione del dominio cipriota, a servizio congiunto della prosopopea statale e dinastica.
Queste memorie figurative, come è ovvio che fosse, proponevano una versione dei fatti ufficiale, omologata come tale dalla Serenissima, che opportunamente lasciava in ombra i molti risvolti drammatici che avevano accompagnato la parabola di governo di Caterina, e che altrettanto opportunamente sorvolava sull’attitudine non proprio spontanea della Corner all’abdicazione.
La sua rinuncia a Cipro era infatti stata il risultato di una campagna di pressioni messa in atto dai Dieci a partire dal 1487, anno in cui il Senato aveva votato una delibera che proclamava l’annessione del territorio ai domini della Serenissima, al fine di tutelarne il possesso di contro alle ambizioni aragonesi che si profilavano minacciose dietro a una congiura appena sventata.
Per indurre Caterina a recedere dalle sue prerogative politiche Venezia dapprima la blandì, ma presto, a fronte della riottosità della donna, passò alle maniere forti, inviando a Cipro il fratello Giorgio per convincerla mettendola di fronte a tutti i rischi connessi a un rifiuto: in tal caso la flotta veneziana sarebbe infatti stata pronta ad intervenire militarmente e la donna avrebbe finito per perdere i molti privilegi di cui godeva ricevendone in cambio il trattamento riservato ai traditori della Repubblica, con ovvie ricadute anche sugli interessi della famiglia, che viceversa il Senato avrebbe saputo ricompensare munificamente.
È ovvio che l’abdicazione divenne a questo punto un atto obbligato, reso indispensabile dalla ragion di stato quanto dalle convenienze personali e dinastiche; ma che d’altronde andava tutto sommato semplicemente a sanzionare una situazione di governo di fatto del Senato lagunare in vigore pressoché dal debutto al potere della Corner, che si era trovata non ancora ventenne a dover reggere da sola le sorti di un territorio – Cipro – che la ricchezza di materie prime e la posizione militarmente e commercialmente strategica al centro del Mediterraneo orientale avevano reso oggetto di incessanti e aggressivi appetiti politici e diplomatici. L’epilogo della parabola cipriota di Caterina era dunque in effetti inscritto nella tormentata vicenda di potere di cui lei era stata suo malgrado attrice, a partire dalle nozze fatali con Giacomo II Lusignano, concluse dalla famiglia per procura, ma con l’avallo di una dote mirabolante, a Venezia il 30 luglio del 1468, quando la sposa, che era nata nel 1454, era appena quattordicenne; e poi fastosamente celebrate nel 1472, quando la giovane venne infine condotta a Famagosta ad incontrare il marito […]
Questo è un estratto del saggio di Monica Molteni nel volume Cipro, la dote di Venezia. Eredità della Serenissima e ponte verso Oriente (a cura di Gianni Perbellini, Biblion Edizioni, 2011), che si può consultare nel nostro Centro di Documentazione.

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