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OLTRE LE RIVE, UNA CINEPRESA SUL PIAVE

OLTRE LE RIVE, UNA CINEPRESA SUL PIAVE
L’ultimo numero della rivista Finnegans, uscito da poco, parla di paesaggi culturali veneti e in particolare della Pedemontana. L’eco delle voci di Andrea Zanzotto e di Luigi Meneghello, la riscoperta del pacifista resistente Toni Adami e dello scrittore Olivio Bin, le lunghe tracce dei longobardi e i paesaggi sfigurati.
Qui trovate un estratto del saggio di Antonio Costa, storico del cinema: ci racconta di Oltre le rive (2022), il film del regista asolano Riccardo De Cal, che è una sorprendente ballata sul fiume Piave.
La rivista è disponibile nel nostro Centro di documentazione.
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La sequenza dei titoli di testa del film Oltre le rive presenta in successione vedute aeree della laguna veneziana, in prossimità della foce del fiume Piave. Sull’intricata morfologia di barene e velme, disegnata nel corso del tempo da gorghi e correnti, si accendono poche scritte essenziali. Fino a che una dissolvenza incrociata ci transita, dalla piatta superficie di un invaso ripreso dall’alto, dentro le viscere della terra dove, attraverso angusti cunicoli, seguiamo i passi di addetti alla manutenzione di un impianto idroelettrico.
De Cal costruisce le sue sequenze partendo da un’inquadratura fissa, nella quale si impongono silenzio e rigore compositivo. Da un’immagine fortemente stilizzata, quasi astratta, si passa al flusso delle cose, della vita quotidiana, dove il caglio naturalistico delle inquadrature e l’impianto realistico delle scene consentono la piena identificazione dello spettatore che è chiamato a scoprire il pullulare di vita e la rete di relazioni che si sono stabilite oltre le rive.
Il fiume che non c’è, potrebbe essere questo il sottotitolo del film, parafrasando la traduzione italiana del celebre Never Land (L’isola che non c’è) di Peter Pan (Barrie, trad. it. 2018). Esso può sintetizzare perfettamente la tesi che Alessandro M. Magno enuncia fin dalle prime righe del suo libro sul Piave, nel quale De Cal si è casualmente imbattuto e che ha immediatamente adottato come guida. Secondo questa tesi, il Piave è un fiume scomparso, un fiume che vive nella memoria collettiva di un paese, ma che nel suo letto ormai è morto. Non c’è più o quasi.
“Bevuto” da centoventuno centrali idroelettriche, da innumerevoli punti di attingimento per l’innevamento artificiale dei campi da sci, per l’incremento della produzione agricola, e così via. Il fiume è stato imbrigliato e assorbito da una miriade di sbarramenti, deviazioni, invasi che lo hanno sfigurato.
Ora sopravvive come retaggio, come leggenda, come ricordo; a testimoniarlo restano personaggi dai comportamenti vagamente surreali, come il signore che si dedica al tai-chi sul greto del fiume, come il misterioso violinista a bordo di una barca, come il “recuperante” che sembra uscito da un film di Olmi. Ma su tutti s’impone il personaggio della signora Franca che ha avuto in eredità dal marito, da poco deceduto, il primo sex shop aperto in Italia (1969), in un paese situato sulla sponda destra del Piave (Busche, BL).
Così possiamo seguire la signora Franca che descrive con assoluta “innocenza” il funzionamento dei prodigiosi sex toys esposti nel suo negozio e che subito dopo è intenta a mescolare la polenta nel paiolo di rame e a versarla sul tagliere di legno, o a rivolgere in chiesa, in ginocchio ai piedi dell’altare, fervide preghiere per il buon andamento del suo negozio. Si tratta, insomma, di personaggi che sembrano destinati a prolungare nell’età senile l’infantile innocenza della Never Land di Peter Pan.
Alcune recensioni per dare un’idea della varietà di personaggi e situazioni incontrati dalla cinepresa di De Cal citano il modello dell’affresco. Ma è un paragone sbagliato. Se volete cogliere il senso dell’operazione di De Cal dimenticate l’affresco e pensate piuttosto alla caccia al tesoro.
Muovendosi con disinvoltura nello spazio e nel tempo, De Cal va alla ricerca di indizi che possano guidare il suo percorso verso lo svelamento di un segreto. Perché di questo si tratta: di un viaggio a ritroso nel tempo per fare emergere quest’idea del Piave come ferita che non si rimargina. Ed ecco la battaglia del solstizio che stabilizzò la linea difensiva dell’esercito italiano lungo il Piave, la tragedia del Vajont, le periodiche alluvioni, da quella del 1966 a quella più recente del 2018. Tracce di questi eventi emergono ovunque lungo tutto il percorso con risvolti ora tragici, ora grotteschi, e a volte poetici: le battaglie aeree riesumate dal comandante Zanardi, le frotte di turisti a caccia di reliquie del Vajont, la città di fondazione costruita a cinquanta chilometri da Longarone che prima ancora che a una Ghost Town del Far West assomiglia alle architetture della pittura metafisica, cariche di solitudini e silenzi.

#08. TRE BUONI CONSIGLI: UNA PIATTAFORMA, UN LIBRO, UN VIAGGIO