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6 FIUMI PER SETTANTA MULINI

6 FIUMI PER SETTANTA MULINI
di Mauro Scroccaro
In un’area che potremmo tendenzialmente inscrivere all’interno di un immaginario rettangolo di poco più di 40 km di base e di poco più di 30 km di altezza, adagiato tra le provincie di Treviso, Padova e Venezia, la natura prima, l’uomo e la storia poi hanno portato alla costruzione di un paesaggio unico nel suo genere che forse non è mai stato percepito nemmeno nelle coscienze di chi lo ha vissuto, per la sua unicità. Oggi, non di meno, in un’epoca e in un territorio nel quale il paesaggio si è di fatto destrutturato e deturpato nella infinita e grigia sequenza di strade, capannoni, centri commerciali ed edilizia abitativa che hanno dato vita a quella che è definita come la “città diffusa veneta”, quel paesaggio fatica quanto mai ad emergere e ad essere riconosciuto.
Parliamo del paesaggio determinato da quella che viene definita Fascia o Linea delle risorgive del “bacino idrografico della media pianura trevigiana” compreso tra il torrente Muson dei Sassi ad ovest e il fiume Sile ad est, indicata come una delle aree di risorgiva più importanti d’Europa, alla quale dobbiamo necessariamente collegare l’intera area dei fiumi che da essa hanno origine: il Sile, lo Zero, il Dese, il Marzenego, il Muson (oggi detto Muson Vecchio), il Tergola.
Si tratta di fiumi che, ad eccezione del Sile che con i suoi attuali quasi 84 km di lunghezza è considerato il fiume di risorgiva più lungo d’Europa, misurano più o meno tutti tra i 35 e i 50 km di lunghezza. Il più breve è il Muson Vecchio con i suoi 34 km circa, conteggiati tra le sorgenti e l’immissione nel naviglio del Brenta a Mira. Il più lungo è il Dese, 52 km.
A caratterizzare significativamente questi fiumi, al di là della comune natura idrografica, sono almeno altri due elementi.
Il primo è il fatto che tutti sfociassero direttamente nella laguna di Venezia e per questo sono stati tutti oggetto delle preoccupazioni dei Magistrati Veneziani che nel periodo della Serenissima avevano il compito di tutelare e salvaguardare la laguna dal pericolo degli interramenti. Ragione per cui, nei secoli, sono stati sottoposti a continui controlli, interventi di diversione e regimentazione.
Il secondo è che, proprio per la loro caratteristica non torrentizia e la relativa placidità e costanza delle acque, lungo i loro brevi corsi sorsero, a partire dal Medioevo, centinaia di mulini. Un numero a dir poco incredibile e che proprio per questo, a ragione, possiamo definire non solo parte di un paesaggio condiviso, ma anche di una cultura, di una economia e di una socialità sopravvissute per secoli e che trovano ancora oggi riscontro in tanti nomi di vie o località tipo Molino, Mulino, Molinella, Munaron, e in tanti cognomi come Munaro, De Munari, Munaretto. Ancora oggi, lungo questi sei fiumi, sono presenti o riconoscibili da ciò che ne è rimasto, più di settanta mulini.
Al fascino ambientale dato dalla storia del rapporto tra questi fiumi e la laguna e a quello antropologico o paesaggistico dato dalla presenza di questo straordinario numero di mulini, ne dobbiamo infine sommare anche uno storico che intreccia e lega tra di loro i primi due, e cioè il controllo sulla gestione e il funzionamento dei mulini in relazione al mantenimento della sicurezza idraulica.
Abbiamo accennato alla presenza durante il governo della Serenissima Repubblica di San Marco di un’apposita Magistratura, i X Savi Esecutori alle Acque, costituita nel 1512, che aveva tra gli altri il compito di salvaguardare la laguna evitando l’interramento ad opera dei fiumi che vi sfociavano. Inevitabilmente l’operato dei Savi e dei loro ingegneri finì per concentrarsi anche sui mulini, proprio sui tanti mulini ci verrebbe da dire, perché la loro massiva presenza rappresentava lungo i corsi d’acqua delle strozzature, causa costante in caso di piene di rischi di esondazione a monte degli opifici e di accumulo e trasporto di torbide e fango a valle degli stessi.
Da qui regolamenti, normazioni, controlli e un continuo braccio di ferro con i mugnai che cercavano di “tirare acqua al loro mulino” destinato a durare anche oltre la caduta della Serenissima.

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