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SERENISSIMA CANAPA

SERENISSIMA CANAPA
La direzione dell’Arsenale si trovò precocemente a confrontarsi non solo con problemi organizzativi interni, ma anche con la necessità di controllare ampi flussi di forniture che, dall’entroterra, convogliavano verso la fabbrica di Castello legno, ferro, pece, canapa.
Quest’ultimo materiale, in particolare, indispensabile per la realizzazione di vele, corde e gòmene, venne per lungo tempo importato dalle vicine province bolognesi o dalla più lontana città della Tana. Durante il Quattrocento, tuttavia, il mercato della fibra andò modificandosi sotto la duplice azione di un forte incremento della domanda registrato a livello europeo e della parziale chiusura dei mercati orientali in seguito all’emergere della potenza ottomana. A beneficiarne furono, ovviamente, i produttori emiliani che, proprio in quel periodo, godettero di una posizione di pressoché totale monopolio degli scambi di fibre di alta qualità.
Non fu dunque casuale che, proprio nel 1455, Venezia decidesse di sviluppare nel proprio territorio delle coltivazioni capaci di soddisfare il fabbisogno dei cantiere di Stato e di sottrarre in tal modo la produzione navale dai costi e dai pericoli della dipendenza estera.
Presa la via dell’autosufficienza, si decisero le modalità di avvio delle piantagioni valutando se fosse preferibile sollecitare l’iniziativa privata, affidandosi alla spontanea risposta alle richieste dell’Arsenale da parte dei produttori, oppure ipotizzare un intervento diretto dello Stato. Molteplici considerazioni fecero propendere la decisione finale verso la seconda ipotesi. Vanno annoverati l’esito poco promettente di alcuni esperimenti in terra trevigiana; l’obiettivo, esplicitamente perseguito dal Senato, di garantire elevati volumi di forniture ad un prezzo contenuto, abbassando in tal modo i costi di esercizio dell’Arsenale e calmierando al contempo il valore della fibra emiliana; la consapevolezza infine della difficoltà di sviluppare in breve tempo una coltura pressoché inesistente nel Veneto di allora e della quale si intuiva la complessità tanto in ambito prettamente agrario, che nelle operazioni di macerazione e di lavorazione da eseguirsi presso il fondo colonico.
I provvedimenti che, caratterizzandone gli esiti per buona parte della parabola storica della Repubblica, segnarono l’avvio della ‘canapicoltura nazionale’, come da allora vennero a chiamarsi le piantagioni marciane, vennero formalizzati nel 1455 nella forma di un apparato legislativo strutturato attorno ai tre aspetti fondamentali della localizzazione ed estensione dei canapai, dell’organizzazione e delle procedure operative, dei compensi offerti ai produttori.
Si individuò, innanzitutto, l’area da destinare alla canapicoltura nelle terre comprese tra Montagnana, Este e Cologna Veneta , intendendo sfruttare la qualità del terreno propizia ad una pianta esigente in termini di ricchezza del suolo e profondità dello strato di coltivazione, nonché la presenza di un’ampia zona di proprietà comunale, il cosiddetto Palù di Montagnana, che avrebbe dovuto essere sottoposta al nuovo impiego. L’estensione dei canapai sui terreni privati, poi, definita stabilendo che si dovesse destinare un campo a fibra ogni due buoi posseduti, venne determinata unendo la garanzia di effettive capacità di aratura con la disponibilità di una quantità minima di concimi. Si ottenne così un totale di 800 campi vincolati che, valutando la produttività media a circa mille libbre annue di fibra secca a lotto, avrebbero dovuto garantire un apporto di circa 800 mila libbre a raccolto.
L’impostazione organizzativa venne disegnata integrando funzionalmente la produzione agricola a quella navale tramite la presenza a Montagnana del Provveditore ai canevi, un funzionario della Casa incaricato di vegliare sul rispetto delle regole, verificare lavorazioni, semine e raccolti, farsi interprete sul territorio delle esigenze della fabbrica di Castello, procedere agli acquisti delle fibre, organizzare e gestire il trasporto del materiale prima da Montagnana a Venezia. Egli, inoltre, doveva verificare la costruzione e manutenzione delle infrastrutture – maceratoi, canali di apporto e asporto dell’acqua, ricoveri e depositi – poste a carico delle singole comunità e, in particolare, di quella di Montagnana.
Questo è un estratto del saggio di David Celetti, La canapa e il mare, contenuto in Gli arsenali oltremarini della Serenissima (2011, a cura di Martino Ferrari Bravo e Stefano Tosato, Biblion Edizioni). È uno dei volumi della collana ‘Patrimonio veneto nel Mediterraneo’, un progetto sostenuto dalla Regione Veneto e coordinato dagli storici della nostra cooperativa. Lo si può consultare nel Centro di documentazione ‘Acqua e forti. Venezia Ricerche’.

#03. TRE BUONI CONSIGLI: UNA BIBLIOTECA, UN LUOGO MAGICO, UNA MAPPA