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VENEZIA È SULL'ACQUA, MA NON HA ACQUA

VENEZIA È SULL'ACQUA, MA NON HA ACQUA
Un numero: 256. Tanti sono i pozzi sparsi per campi e corti pubbliche di Venezia. Un motivo c’è: «Venezia è sull’acqua ma non ha acqua. E quella dell’approvvigionamento idrico di un complesso urbano che nel corso del Rinascimento arrivò a ospitare anche centocinquantamila persone – nell’impossibilità di scavare pozzi artesiani – fu una questione che fin dal primo vagito della città fu presa molto seriamente». Una storia che arriva al 23 giugno 1884, giorno di inaugurazione del nuovo acquedotto.
Scrive così Alberto Toso Fei nel suo Venezia in numeri, una storia millenaria (Editoriale Programma, 2021). In questo libro, lo scrittore e divulgatore veneziano prova a ricostruire la storia della Serenissima seguendo i numeri, a volte tondi (120 Dogi, 1100 anni), a volte precisi fino all’inverosimile (11.654 prostitute e cortigiane), altre volte indicando una stima (i 23 mila proiettili austriaci contro i rivoltosi del ’48).
Qui potete leggere un estratto. Il libro è disponibile presso il nostro Centro di documentazione.
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di Alberto Toso Fei
Venezia è sull’acqua ma non ha acqua. E quella dell’approvvigionamento idrico di un complesso urbano che nel corso del Rinascimento arrivò a ospitare anche centocinquantamila persone – nell’impossibilità di scavare pozzi artesiani – fu una questione che fin dal primo vagito della città fu presa molto seriamente. Anche il viaggiatore più distratto non può non notare le decine e decine di pozzi disseminati in città: oggi quelli presenti nei campi e nelle corti pubbliche sono 256 (per la maggior parte interrati, e circa duemila e cinquecento quelli nei cortili privati, nei palazzi, nei vecchi monasteri). Ma un tempo erano molti di più. Ed erano tutti delle cisterne.
I pozzi veneziani erano strutture complesse con la duplice funzione di serbatoio e di filtro per depurare l’acqua piovana. Sotto la vera esterna, l’unica parte visibile, veniva effettuato uno scavo profondo non più di cinque metri le cui pareti, rivestite da uno strato di argilla, erano a loro volta ricoperte da sabbia pulita e mantenuta costantemente bagnata. Una sabbia speciale, che veniva raccolta in una zona particolare del litorale che ancora oggi si chiama Punta Sabbioni.
Sul fondo dell’invaso, una grande lastra di pietra costituiva il basamento della cisterna che esternamente terminava, appunto, con la vera, generalmente in marmo o pietra d’Istria. Sigilli, tombini (gàtoli, in veneziano) e cassoni, unitamente alla pavimentazione leggermente inclinata del selciato, contribuivano alla raccolta delle acque e al filtraggio delle impurità.
I pozzi venivano realizzati dai pozzeri, che di padre in figlio si tramandavano i segreti delle tecniche costruttive e fin dal Duecento erano presenti nella Scuola dei Mureri. Un’attenta legislatura tutelava la costruzione e la conservazione dei pozzi, in massima parte di proprietà privata, ma controllati dai provveditori al Sal e di Comun, e dai magistrati alla Sanità e alle Acque. I pozzi pubblici venivano aperti due volte al giorno, al suono dell’apposita campanella, dai capi contrada (ogni sestiere era suddiviso in contrade, una settantina in tutta la città) che ne custodivano le chiavi e avevano l’incarico di controllare quantità e qualità dell’acqua. I pozzi avevano spesso ricavata anche una vaschetta per animali – cani, gatti e uccelli – che veniva sempre tenuta piena.
L’acqua dei pozzi pubblici era distribuita gratuitamente e doveva servire solamente a scopi personali, mentre le arti e i mestieri, per le loro attività, si facevano arrivare a pagamento l’acqua da alcune barche, le cosiddette acquarole. Inizialmente ci si approvvigionò con la sola acqua piovana (anche attraverso l’uso di grondaie – gorne – che dai tetti sversavano direttamente verso i pozzi, evitando la dispersione), ma superati i centomila abitanti la pioggia non bastò più e ci si organizzò con barche apposite, che andavano ad attingere al fiume Brenta. La maggior parte dei pozzi presenti a Venezia era proprietà di privati – patrizi, ricchi mercanti, monasteri – che facevano costruire le loro cisterne e si pagavano l’approvvigionamento idrico.
Ancora oggi a Venezia capita di imbattersi in campi sopraelevati, che serbavano nelle loro viscere una grande cisterna; erano costruiti così per evitare che l’acqua salata entrasse negli invasi con l’acqua alta, nelle zone più basse della città. Altro espediente era quello di otturare momentaneamente i fori dei tombini con della creta.
I pozzi veneziani furono attivi fino a gran parte dell’Ottocento. Nel 1858 vi erano ancora 180 pozzi pubblici funzionanti, contro 6.602 privati. Un tipico lavoro veneziano – essenzialmente femminile – era quello della bigolante: le donne si muovevano per la città portando un basto – il bigolo – su una spalla, vendendo al minuto l’acqua trasportata nei grandi secchi appesi alle estremità. Ogni cosa finì nell’album dei ricordi il 23 giugno 1884, quando fu inaugurato il nuovo acquedotto.

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